Le condizioni che, negli ultimi anni, hanno permesso al verbo e al credo revisionista di uscire dai circoli ristretti in cui era costretto, l’affermarsi di una sorta di relativismo generalizzato:

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“tutti i punti di vista si equivalgono, non c’è più criterio che permetta di distinguere chiaramente il vero dal falso, il reale dall’illusorio, il bene dal male;

a ciascuno forgiarsi la sua opinione, e d’altronde tutte le opinioni sono accettabili quando sono sincere.

Questa assenza di criteri è del resto celebrata dall’ideologia postmodernista come una liberazione, come l’accesso a un mondo in cui l’individuo può moltiplicare i punti di vista,

simultaneamente o successivamente: intrecciarli senza curarsi della loro coerenza, o praticare una sorta di nomadismo identitario, cambiando di ‘visione del mondo’ come di camicia”

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Le reti telematiche sono diventate uno dei luoghi privilegiati di riproduzione e sperimentazione di questo relativismo, popolarizzato da riviste come Wired:

“All’improvviso, la tecnologia ci ha dato poteri che ci permettono di manipolare non solo la realtà esterna, il mondo che ci circonda, ma anche e soprattutto noi stessi.

Potete diventare tutto quello che volete essere”

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Per questo sarebbe sbrigativo e troppo facile liquidare l’utilizzo delle reti da parte del revisionismo telepragmatico come un semplice epifenomeno.

Non si tratta di un effetto collaterale, ma di una reale deriva del nomadismo identitario.

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