Questo è quanto si legge in un articolo recentemente comparso su Repubblica e che sta circolando in rete, ripreso da numerosi blog e siti di informazione.
I nomi degli storici e degli oratori chiamati a intervenire alle celebrazioni sarebbero stati concordati, su suggerimento del presidente della Repubblica, prontamente accolto dal Campidoglio di Alemanno, con i notabili della Santa Sede. Pare che il timore sia che la commemorazione, che quest’anno dovrà per forza di cose avvenire in stile più solenne rispetto alla solita deposizione di corone operata in desolante solitudine da esponenti politici dall’aria annoiata, possa assumere un carattere spiacevolmente storico-realistico, ricordando a livello nazionale il fatto che l’esercito del Regno d’Italia fu costretto a imbracciare le armi per far sì che la sua capitale naturale potesse essere annessa al resto del territorio, sottraendola al papa-re.
Onestamente, sfugge quale sia la notizia. In Italia si assiste ormai da tempo a una volontà revisionista che, sotto la veste di una malintesa riconciliazione, si manifesta in tutti i principali ambiti culturali e sociali. Certamente molti ricordano ancora le sconcertanti parole pronunciate nel 2008 dal ministro della Difesa La Russa in occasione del 65mo anniversario dell’8 settembre: «farei un torto alla mia coscienza se non ricordassi […] che altri militari in divisa, come quelli della Nembo dell’esercito della R.S.I., soggettivamente dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della patria, opponendosi nei mesi successivi allo sbarco degli anglo-americani e meritando quindi il rispetto, pur nella differenza di posizioni, di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d’Italia».
Prendendo per la prima volta parte ai festeggiamenti del 25 aprile, il presidente del Consiglio Berlusconi, da Onna, ha espresso nel 2009 concetti analoghi, sostenendo che è necessario ricordare tutti i caduti, anche quanti combatterono «dalla parte sbagliata, sacrificando in buona fede la propria vita ai propri ideali e ad una causa già perduta (quella del nazi-fascismo, ndr)».
Anche il 20 settembre ha già un suo precedente illustre nell’ambito di quel revisionismo che, in nome di una non meglio precisata pari dignità dei morti, tende, in realtà, ad assegnare pari dignità anche alle idee che essi sostennero e difesero da vivi. Nel 2008 il vicesindaco di Roma Mauro Cutrufo, durante la cerimonia di commemorazione della presa di Roma, lesse a voce alta i nomi dei 19 caduti papalini nello scontro di Porta Pia, mentre non spese neanche una parola per i 49 soldati italiani che, tra bersaglieri e fanti, persero la vita nel combattimento.
Qual è dunque la novità se anche questa volta si cercherà di addolcire, smussare, amalgamare, confondere e parificare le fastidiose differenze? La parola d’ordine che informa le commemorazioni istituzionali degli avvenimenti che hanno forgiato la storia del nostro paese è riconciliazione, anche se non si capisce bene con chi ci dovremmo riconciliare, visto che la maggior parte degli italiani spesso ignora persino le vicende che sono all’origine di tali celebrazioni. Ad esempio, c’è chi è convinto che il 20 settembre 1870 sia la data che segnò la fine del potere temporale dei papi. Roba da sbellicarsi dalle risate.















